Oggi, chi vuole ascoltare musica utilizza principalmente le piattaforme di musica on demand: Spotify, Apple Music, Amazon Music, Tidal. Solo marginalmente ascolta musica su vinile, ancora meno su cd (supporto quasi scomparso). La musicassetta, poi, è un oggetto completamente dimenticato.
Inutile nasconderlo: negli ultimi quarant’anni c’è stato un cambiamento epocale per quanto concerne il modo di ascoltare musica. Chi è vissuto nella seconda metà del secolo scorso ricorda ancora la gioia di possedere fisicamente un album, come se la musica potesse non soltanto toccare il cuore e le orecchie, ma anche le dita. Meglio: come se le dita potessero accarezzare quell’oggetto amato e sentire anche epidermicamente il piacere della musica, unito a quello del possesso di qualcosa che si è desiderato a lungo. Perché all’epoca ogni disco aveva un costo, e chi acquistava musica lo faceva in maniera meditata, molto lontana dall’atteggiamento bulimico che accompagna la modalità di ascolto tipica della musica on demand. Un disco diventava “il” disco: era un investimento economico e aveva bisogno di mezzi ben precisi (pensiamo al walkman, o all’impianto stereo) per essere ascoltato.
C’è inoltre un altro aspetto che va considerato parlando di quella che mi piace chiamare “musica tangibile” (la musica incisa su disco, cd o musicassetta), ed è la copertina. Strano a dirsi, un disco aveva anche una propria connotazione estetica: veniva non solo ascoltato e riascoltato infinite volte, ma anche osservato attentamente. È così che la copertina diventava un tutt’uno con la musica che si ascoltava; spesso, l’artwork e tutto quello che era contenuto nel booklet (che fosse semplice grafica, fotografie, testi di canzoni o qualsiasi tipo di commento scritto) veniva analizzato e interpretato come generalmente si fa con le opere d’arte grafiche. Era anche e soprattutto interiorizzato: a furia di rileggerli, i testi venivano memorizzati, le fotografie si imprimevano nella memoria, e anche i piccoli segni grafici diventavano elementi familiari in un sistema di comunicazione a più livelli.
L’avventura discografica di Charlie Haden, per fortuna sua e anche nostra, si è svolta in un periodo nel quale la musica non era ancora liquida. In quel periodo, i dischi erano delle vere e proprie opere d’arte che rispecchiavano l’estetica e il gusto di un’intera epoca. Erano oggetti chetrascendevano la funzione di mero contenitore di musica per diventare installazione artistica: musica, pittura, fotografia e grafica riunite per creare qualcosa che potesse arricchire chi sceglieva proprio quel disco. Si noti inoltre come negli anni 70-80-90 Photoshop, Illustrator e i vari programmi di editing grafico/impaginazione (partendo dal primo PageMaker e da XPress per arrivare allo standard di oggi, InDesign) non esistevano o non erano ancora diffusi e spesso si lavorava in maniera totalmente artigianale.
Ho avuto il privilegio di intervistare Patrice Beauséjour per la mia tesi di laurea in contrabbasso jazz. Insieme a Marielle Costosèque, Patrice è l’artista e designer francese che ha realizzato, negli anni, la maggior parte delle copertine dei dischi di Charlie Haden.
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Patrice, le copertine dei dischi che ha realizzato sono sicuramente più famose di lei: ho provato a cercare ma è praticamente impossibile trovare una sua biografia. Posso chiederle di presentarsi?
«Senz’altro: mi chiamo Patrice Beauséjour, sono un pittore e mi occupo di grafica. Dopo gli studi secondari ho fatto una doppia formazione artistica: da un lato ho studiato arti plastiche (Belle Arti) e dall’altro ho studiato teatro.
Sono stato attore teatrale professionista per dieci anni, dopodiché ho abbandonato quest’attività per dedicarmi esclusivamente (anzi, per consacrarmi) alla pittura. Parallelamente, lavoravo al Centro Culturale della città di Tolosa come animatore culturale e programmatore di eventi. Condegli amici appassionati di jazz contemporaneo come me abbiamo fondato l’associazione Jazzimut per organizzare concerti. È proprio in occasione di questi concerti che ho incontrato per la prima volta Charlie Haden.
In seguito, nel 1987, con la mia amica Marielle Costosèque ho creato lo studio grafico CB Graphic. Abbiamo cominciato a lavorare con Jean- Philippe Allard, che era appena stato nominato responsabile dell’etichetta Polygram jazz. Quando Jean-Philippe ha cominciato ad occuparsi della produzione, ci ha chiesto di fare le copertine; inizialmente ci siamo occupati soltanto del design, in seguito gli ho proposto di fare delle illustrazioni».
Come è iniziata la collaborazione artistica con Charlie Haden come cover designer?
«È iniziata proprio grazie a Jean-Philippe Allard, che all’epoca era il suo produttore (oltre a essere il produttore di molti altri musicisti, non solo nella sfera del jazz). La prima collaborazione come grafico con Charlie è stata nel 1990 per l’album Dialogues in duo con Carlos Paredes».

Questa è stata la prima copertina per Haden. Invece, la prima copertina in assoluto che ha disegnato quale è?
«Quella per l’album Black, Brown and White di Big Bill Broonzy, chitarrista blues in attività tra gli anni 20 e gli anni 50 del secolo scorso; l’album per il quale avevo lavorato era una raccolta di suoi brani».

Torniamo a Charlie Haden e alle copertine dei suoi album: quante ne avete realizzate come CB Graphic?
«Abbiamo fatto circa 20 copertine di dischi per Charlie Haden. Quando Charlie firmò con l’etichetta Verve, il concept delle copertine veniva realizzato negli Stati Uniti; ma quando vide il nostro lavoro per gli album Dialogues e per Haunted Heart, Charlie chiese a Jean-Philippe Allard (che nel frattempo era diventato il suo produttore) di affidarci il compito di realizzare le sue copertine. Da quel momento la nostra agenzia CB Graphic si trasferì a Parigi per poter lavorare più comodamente».
Immagino che come CB Graphic abbiate realizzato copertine anche per altri artisti.
«Non ho il numero esatto, ma oltre ai lavori fatti per Charlie abbiamo fatto un centinaio di copertine, la maggior parte per dischi di musica jazz. Deve sapere che sono un grandissimo appassionato di jazz».
Per la sua sensibilità come artista e designer, c’è molta differenza tra realizzare la copertina di un album jazz e quella di un album pop, rock o di altro genere?
«Sì, è diverso creare una copertina per un album jazz: per me è una musica importante, con una forte identità, e riuscire a renderla graficamente non è sempre facile. Inoltre, nella storia dei dischi jazz, c’è una grande tradizione di grafica di alto livello: un esempio sono i dischi Blue Note».

Mi tolga una curiosità: quando riceve una commessa per l’illustrazione della copertina di un disco, come procede? Cerca di creare qualcosa che sia fedele alla musica e al messaggio di chi ha registrato l’album, senza interferenze, o offre un’interpretazione personale della musica e del messaggio contenuto nel disco?
«Non è semplice rispondere. Fondamentalmente, voglio che la grafica, l’illustrazione o il dipinto sulla copertina abbiano un significato profondamente legato all’opera musicale, anche se non tutti lo vedono, e di questo ne sono consapevole. Abbiamo realizzato copertine per album di musica classica, per cantanti rock, dischi di musica indipendente… non mi approccio mai con lo stesso spirito».
Parliamo di uno tra gli album più belli di Charlie Haden: Beyond the Missouri Sky, quello registrato in duo con Pat Metheny. Anche in questa copertina c’è la sua firma?
«Sì, anche questo è un lavoro che abbiamo fatto io e Marielle Costoséque. Ricordo che in quel caso non avevamo alcuna direttiva: sa, spesso ci viene imposta una fotografia, ma in quel caso non c’era nulla. Abbiamo fatto diverse proposte, tutte rifiutate perché bisognava che piacessero sia a Charlie Haden che a Pat Metheny, e ovviamente anche ai produttori. Così, abbiamo ascoltato la musica dell’album e abbiamo deciso di fare un progetto nostro, completamente originale, cercando fotografie e un’ambientazione che corrispondesse alla musica. Il formato Digipack ci lasciava dello spazio, così siamo riusciti a portare a termine questo progetto. La reazione è stata immediata: tutti hanno letteralmente adorato questa copertina, che è diventata il nostro lavoro discografico più conosciuto. Quando Pat Metheny e Charlie Haden vennero a presentare l’album in Francia con una conferenza stampa internazionale erano entusiasti, vennero a congratularsi con noi. Tutti erano contenti di questo lavoro!».

Può raccontarmi come è nata la copertina di Come Sunday, l’album di inni sacri che rappresenta una parte essenziale di questa tesi dedicata al sacro in Charlie Haden? Vorrei in particolare sapere se il dipinto che è stato realizzato e che possiamo ammirare in copertina è nato dall’ascolto dei brani già registrati o se Haden le ha spiegato cosa avrebbe voluto vedere in copertina.
«Quello per Come Sunday è stato un lavoro complesso. Ricordo che in quel periodo avevo appena realizzato la copertina di Sophisticated Ladies nella quale compare una mia illustrazione, una donna in abito da sera; era un lavoro che avevo fatto con inchiostro a guazzo. A Charlie era piaciuta moltissimo quell’illustrazione, tanto che gli avevo anche regalato l’originale. Fresco di questa esperienza, mi misi al lavoro per Come Sunday: presentai un’illustrazione che rappresentava dei cantanti gospel, ma questo progetto non piacque molto, e… devo ammettere che non era venuto molto bene. Ripartii da zero con in testa l’idea di una chiesa Battista e feci una proposta grafica con una chiesa dipinta in modo abbastanza classico. Jean-Philippe Allard disse che gli ricordava la Bretagna (ride – ndr). Feci quindi un secondo progetto con il mio stile di pittura, cioè molto costruito sotto e molto spontaneo sopra, e il risultato è il dipinto che si può ammirare nella copertina che tutti conosciamo. Charlie era talmente entusiasta che mi comprò il dipinto originale».

Ho visto che il suo nome compare anche nei crediti dell’album Not in Our Name della Liberation Music Orchestra, creatura di Charlie Haden dalle forti connotazioni politiche. Anche per questo album le chiedo qual è stato il suo contributo e come ha lavorato.
«Per Not in Our Name, la copertina è stata realizzata molto velocemente. L’uscita del disco era stata anticipata rispetto al previsto, e così ci sono stati concessi due giorni per realizzare la copertina. Abbiamo preparato il progetto in poche ore e Charlie, per una volta, ha accettato immediatamente. Deve sapere che Charlie era molto puntiglioso, molto esigente, faceva davvero tanta fatica a decidere. Bisognava che il suo produttore gli desse una scadenza, che gli dicesse “Charlie, se non ti decidi, il disco non esce”».

Conosciamo tutti la grandezza di Charlie Haden come musicista. Lei ha avuto la possibilità di conoscerlo bene: com’era “l’uomo” Charlie Haden? Ha qualche aneddoto da raccontarmi sulla vostra amicizia?
«Charlie Haden era un grande musicista, ma era anche un uomo molto affettuoso, molto introverso, molto sensibile e ipocondriaco. Charlie era il terrore dei direttori d’albergo perché doveva provare almeno cinque o sei stanze prima di scegliere. Per noi questo era un divertimento!
A volte era difficile comunicare con lui, ma allo stesso tempo aveva molto umorismo e sapeva riconoscere il valore delle persone. Ci dava molto fastidio e al tempo stesso ci faceva divertire perché a volte, vista la differenza di fuso orario con Los Angeles, ci chiamava in piena notte per cambiare il colore di una lettera. Allo stesso tempo mi ha fatto il più bel complimento quando ha visto i miei dipinti nel mio studio: mi ha paragonato a Ornette Coleman, per il quale nutro una grande ammirazione.
Aveva deciso di comprarmi un dipinto che gli piaceva molto. L’avrebbe ritirato quando sarebbe tornato in Francia per un concerto. Purtroppo però si ammalò, non ritornò mai più in Francia e morì. Questo dipinto lo conservo ancora oggi: per me è stato e resterà per sempre il dipinto di Charlie. Il suo dipinto».
Musica e arti visive, due potenti mezzi di comunicazione. Quale tra i due ritiene sia il più efficace e immediato per raggiungere le persone?
«La musica e le arti visive per me sono uguali in termini di efficacia, ma ovviamente le arti visive sono più immediate perché in un secondo possiamo recepirle».
Prima di ringraziarla per la disponibilità e per tutte le informazioni che mi ha dato, voglio farle tre domande veloci:
1. Qual è il suo brano preferito di Charlie Haden?
2. Per quale artista, non necessariamente di musica jazz, vorrebbe realizzare una copertina?
3. Cosa vorrebbe dire a Charlie Haden se fosse ancora vivo?
«Parto subito con la prima domanda: il brano di Charlie Haden che preferisco è First Song. Ho anche alcune versioni preferite di questo brano: una è quella di Stan Getz e Kenny Barron nell’album People Time, la seconda è quella di Abbey Lincoln (che ha anche scritto il testo di questo brano nato strumentale – ndr) e l’altra è quella suonata da Charlie e Pat nell’album Beyond the Missouri Sky.
La seconda domanda è più difficile da rispondere, ci sono molti musicisti anche non più in vita per i quali mi piacerebbe realizzare una copertina: Ornette Coleman, Billie Holiday, Bob Dylan… pensandoci bene, però, credo che sceglierei Billie Holiday.
Infine, se Charlie Haden fosse ancora vivo gli chiederei: “Ehi Charlie, quand’è che facciamo il prossimo album, con in copertina il dipinto che avevi scelto e che ancora conservo?”.
È curioso ma questa cosa mi fa pensare che con Lee Konitz è successo qualcosa di molto simile. Ha scelto un mio dipinto come copertina per un suo album: il dipinto aveva già un nome, l’avevo chiamato Frescalalto. Lui ha voluto chiamare l’album con lo stesso nome del mio dipinto».

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