200 anni e dimostrarli tutti

Chi è stato almeno una volta a casa mia e si è preso la briga di darsi un’occhiata in giro ha sicuramente visto una vetrinetta in vetro e legno piena di libri d’epoca. Ecco, quello è il mio piccolo tesoro, un pezzo del mio cuore: è la mia collezione di libri antichi, una delle mie grandi passioni oltre alla musica.

“Antichi” è una parola grossa, perché quelli realmente datati (cioè fino al 1850 circa) non sono tantissimi; la maggior parte è stata stampata tra il 1850 e i primi decenni del 900. Non hanno quindi un grande valore in termini economici, ma lo hanno per me, vuoi perché sono di autori oggi introvabili, vuoi perché ci sono delle traduzioni molto rare (viste con l’occhio di oggi sono piuttosto discutibili, ma tant’è: certi argomenti in determinati periodi storici non potevano essere affrontati su carta).

Ho la collezione completa del ciclo dei Rougon-Macquart di Emile Zola in un’edizione dei primi Novecento, e non sono mai riuscita ad accettare il fatto che uno di questi libri (“La faute de l’abbé Mouret”, all’epoca tradotto in italiano col titolo “Il fallo dell’abate Mouret”) sia stato praticamente dimezzato perché sono state tagliate pagine su pagine. D’altra parte, parliamo di un periodo nel quale la censura faceva di questi disastri, e fa davvero sorridere perché non si tratta affatto di un romanzo pornografico (anche se il titolo italiano dell’epoca potrebbe farlo pensare), bensì è uno dei capolavori del Maestro indiscusso del Naturalismo francese che parlava di una storia d’amore tra un prete e una ragazza.

Il libro che vi mostro in queste foto, invece, è un vero libro d’epoca: è stato stampato nel 1824 e quest’anno festeggia duecento anni. Un traguardo pazzesco, e vi assicuro che prenderlo in mano e sfogliarlo è un’emozione che non si può descrivere a parole. Emozione di entrare in contatto con un mondo che non esiste più, emozione di sfogliare un libro che altre persone hanno sfogliato duecento anni fa. E paura, tanta paura di rovinarlo o di strappare inavvertitamente una pagina.

Si tratta di un libro di testo di un collegio di Como: è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, «seconda edizione correttissima», come dichiarato dallo stampatore.

Tra queste pagine, la sorpresa di trovare delle scritte autografe lasciate dai suoi possessori ormai passati a miglior vita, quegli stessi studenti che frequentavano il collegio di Como. Vi riporto la scritta più bella tra quelle che sono riuscita a decifrare:

«Caro Davide Defendi, ricordati sempre di Gaspare Chiodi che in questo giorno di sabato 28 giugno 90 in cui sei stato promosso senza esami ti saluta tanto. Ciao.
28 giugno 1890».

Mi fa una tenerezza infinita leggere queste parole. Mi chiedo quanti anni avessero Gaspare e Davide, e mi chiedo se questo scritto sia ironico o semplicemente amichevole (quel «promosso senza esami» può essere interpretato in modi diversi).
Mi sembra quasi di vederli durante gli ultimi giorni di scuola, felici di essere stati promossi e ancora più felici di essersi tolti dai piedi la Gerusalemme Liberata.
Ragazzi di 134 anni fa, futuri uomini che avevano davanti a loro delle pagine di storia diverse da quelle del Tasso e sicuramente più tragiche.

Mi fa emozionare pensare a loro e a tutti i ragazzi che studiavano ancora così, su libri di carta piccini che venivano trasmessi come un testimone da un anno scolastico all’altro.

Mi fa anche sorridere considerare come oggi la situazione sia molto diversa: io stessa in conservatorio uso tantissimo il tablet, anche per gli spartiti, e mi chiedo che fine faranno i pochissimi quaderni di appunti che ho e che sono scritti con una grafia illeggibile anche da me, che ne sono l’autrice (maledetta abitudine di scrivere sempre con una tastiera…).

L’ultimo pensiero che faccio su questo piccolo libro è legato alla musica. Fa una certa impressione pensare che quando Gaspare aveva scritto quella frase sul libro di Davide, nel 1890, il jazz non esisteva ancora. O meglio, era ancora ai suoi albori, ma si trovava pur sempre dall’altra parte dell’oceano, lontanissimo e irraggiungibile dall’Italia. Quello stesso jazz che si è evoluto alla velocità della luce e che oggi si studia nei conservatori.

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